Saggezza perduta?

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...più in alto, in posizione dominante, è localizzato il "monolito" realizzato in granito, alto 17 metri, dove 121 figure umane sono aggrovigliate come se stessero lottando per raggiungere la sommità dell'obelisco. Ma in questa "lotta per la vita", sono i padri e le madri a spingere i più giovani e i piccoli verso l'alto. Ognuno è consapevole del proprio ruolo: non ci sono diritti e doveri acquisiti, ma l'essere parte del tutto attraverso la catena generazionale. Non ci sono frustrazioni o competizioni tra uomini e donne, o tra generazioni. Se così fosse, il monolito si affloscerebbe, non ci sarebbe più narrazione, torneremmo alla noia quotidiana dei nostri giorni.

Chi narra è Federico Caffè, il soggetto è il complesso monumentale dello scultore Gustav Vigeland sito nel Frognerparken di Oslo. Il testo è tratto integralmente dal libro di Bruno Amoroso <<Federico Caffè le riflessioni della stanza rossa>>.

Credo che non occorra alcun commento, posso soltanto precisare che Federico Caffé è scomparso nel 1987 (semplicemente non se ne è più saputo nulla) e pur non potendo prevedere il disfacimento in atto della società italiana, ne delineava, a mio avviso, in sintesi le motivazioni profonde.


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La grande contraddizione

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Siamo il paese del made in Italy; tutto il mondo ci invidia la qualità dei nostri prodotti alimentari, dei nostri tessuti, delle nostre automobili di lusso. La qualità del nostro design unita agli elementi innovativi che lo connotano, è notoriamente il fattore di successo di molti comparti industriali. Per tutto questo e per molto altro, i paesi emergenti sono disposti a pagare a caro prezzo i prodotti che esportiamo. Anche nel comparto industriale meccanico, trainati dalla Germania e dalla sua capacità di essere price maker, dove abbiamo qualità e innovazione, pur scontando il brand Italia a volte in negativo rispetto al partner europeo, riusciamo a tenere alto non soltanto l'onore ma anche i prezzi. Purtroppo tutto questo va bene soltanto per chi esporta e per i paesi che stanno producendo ricchezza. In quei paesi infatti, la produzione interna è spesso di bassa qualità ma soddisfa la richiesta di una sempre maggiore numero di persone che vi possono accedere sfruttando i  prezzi contenuti che essa esprime. Questo permette da un lato di assorbire l'offerta dei produttori domestici determinandone automaticamente sia il miglioramento qualitativo che il mantenimento di prezzi adeguati al potere d'acquisto e, dall'altro di assorbire da parte dei ceti piu' abbienti, la massima espressione di tecnologia e design che arriva sia dal vecchio continente che dagli Stati Uniti. Queste dinamiche positive comportano, come conseguenza per il consumatore italiano, la mancanza di alternativa. Noi produciamo sempre la massima qualità imponendo questo comportamento attraverso leggi sempre più restrittive richieste da consorzi e corporazioni. Gli effetti di questa impostazione sono rispettivamente una mancanza di alternativa per il consumatore italiano e una scarsa propensione per il produttore a considerare il mercato domestico un'alternativa allettante. Forse stiamo esagerando, ma questa grande contraddizione dovuta alla qualità sempre imposta per legge anche quando questa non è giustificata da un effettivo bisogno espresso dal consumatore, ci porterà ad avere un sempre minore potere d'acquisto interno in cambio di opportunità per le imprese che esportano. Tutto questo potrebbe essere sostenibile soltanto se l'incremento delle esportazioni comportasse nel breve periodo anche un aumento dei salari, ridando fiato anche alla domanda interna. Dobbiamo rendercene conto, il concentrato di pomodoro per fare un esempio, in Australia contiene coloranti e in Spagna addensanti; nei loro supermarket troviamo anche il prodotto italiano ad un prezzo più alto di quello locale, ma il consumatore ha un'alternativa credibile potendo decidere tra due proposte, che anche se non sono comparabili in termini assoluti, lo sono pur sempre in termini di prezzo.


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Facciamoci sentire

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Siamo veramente sicuri che ciò che registriamo come dichiarazioni entusiastiche circa la manovra finanziaria italiana siano veri elogi? Forse più verosimilmente potremmo dire che sono gli eventi a costringere la sig.ra Merkel suo malgrado a fare buon viso a cattivo gioco. Ci siamo già dimenticati della manovra tedesca da oltre ottanta miliardi di euro e del rigore con il quale i tedeschi hanno affrontato in silenzio la crisi, rilanciando continuamente sul piano internazionale il prodotto Germania? Ci siamo già dimendicati i viaggi della Merkel per negoziare accordi in prima persona con i maggiori paesi in via di sviluppo Cina in primis? Pare proprio di sì. Quando diciamo che la Germania sbaglia, quando diciamo che la Merkel non capisce la posta in gioco giocando su un tavolo più piccolo rispetto a quello europeo, vale a dire la politica interna e gli interessi elettorali, ci dimentichiamo che l'Europa oggi è Germania e che è in quel paese che troviamo l'innovazione, la tecnologia, l'abnegazione per primeggiare sui mercati, la voglia di andare, tutti uniti a conquistarsi nuove fette di quella grande torta che si chiama crescita. Noi non siamo tedeschi e non siamo nemmeno francesi, ma continuare a pensare che chi cresce deve sempre e in ogni caso sussidiare gli altri, non ci aiuta a reggerci con le nostre gambe. La nostra è una crisi di identità, l'imprenditore medio è stanco, ha tirato la corda per anni affrontando oltre che i mercati mille ostacoli, sussidiando lo spreco, non la crescita dei meritevoli in quelle aeree dove lo sviluppo si annidava partendo da posizioni svantaggiate. Ma purtroppo questo non è sicuramente l'unico motivo che rende difficile l'uscita da questa situazione di stagnazione che ormai da anni attanaglia il nostro paese; anni e anni di evasione fiscale hanno creato una classe di imprenditori, professionisti e cittadini che oggi non sanno competere con le regole del mercato; e che dire della logica dei finanziamenti? Altro anestetico che ancora oggi in larghissima misura condiziona la crescita delle aziende vincolando molte decisioni del management quando si tratta di investimenti in consulenza, formazione e infrastrutture produttive. Come uscirne? Ritrovando il coraggio di fare impresa, smettendola di pensare che debbano essere gli altri a trainarci, investendo molto di più nei reparti produttivi snellendo gli uffici troppo spesso sovradimensionati, investendo in management e cultura manageriale, ascoltando il nuovo che arriva e considerando i giovani e i meno giovani allo stesso modo, valutandoli per ciò che possono dare e non per la loro età anagrafica, reinvestendo nelle proprie aziende parte dei danari accumulati in anni di fatica, considerando che la continuità aziendale non passa necessariamente attraverso i propri parenti più o meno prossimi, comprendendo infine che un'impresa è un bene comune a tutti coloro che la sostengono e che soltanto il profitto è la verà ragione d'essere di ogni investimento.


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