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Siamo veramente sicuri che ciò che registriamo come dichiarazioni entusiastiche circa la manovra finanziaria italiana siano veri elogi? Forse più verosimilmente potremmo dire che sono gli eventi a costringere la sig.ra Merkel suo malgrado a fare buon viso a cattivo gioco. Ci siamo già dimenticati della manovra tedesca da oltre ottanta miliardi di euro e del rigore con il quale i tedeschi hanno affrontato in silenzio la crisi, rilanciando continuamente sul piano internazionale il prodotto Germania? Ci siamo già dimendicati i viaggi della Merkel per negoziare accordi in prima persona con i maggiori paesi in via di sviluppo Cina in primis? Pare proprio di sì. Quando diciamo che la Germania sbaglia, quando diciamo che la Merkel non capisce la posta in gioco giocando su un tavolo più piccolo rispetto a quello europeo, vale a dire la politica interna e gli interessi elettorali, ci dimentichiamo che l'Europa oggi è Germania e che è in quel paese che troviamo l'innovazione, la tecnologia, l'abnegazione per primeggiare sui mercati, la voglia di andare, tutti uniti a conquistarsi nuove fette di quella grande torta che si chiama crescita. Noi non siamo tedeschi e non siamo nemmeno francesi, ma continuare a pensare che chi cresce deve sempre e in ogni caso sussidiare gli altri, non ci aiuta a reggerci con le nostre gambe. La nostra è una crisi di identità, l'imprenditore medio è stanco, ha tirato la corda per anni affrontando oltre che i mercati mille ostacoli, sussidiando lo spreco, non la crescita dei meritevoli in quelle aeree dove lo sviluppo si annidava partendo da posizioni svantaggiate. Ma purtroppo questo non è sicuramente l'unico motivo che rende difficile l'uscita da questa situazione di stagnazione che ormai da anni attanaglia il nostro paese; anni e anni di evasione fiscale hanno creato una classe di imprenditori, professionisti e cittadini che oggi non sanno competere con le regole del mercato; e che dire della logica dei finanziamenti? Altro anestetico che ancora oggi in larghissima misura condiziona la crescita delle aziende vincolando molte decisioni del management quando si tratta di investimenti in consulenza, formazione e infrastrutture produttive. Come uscirne? Ritrovando il coraggio di fare impresa, smettendola di pensare che debbano essere gli altri a trainarci, investendo molto di più nei reparti produttivi snellendo gli uffici troppo spesso sovradimensionati, investendo in management e cultura manageriale, ascoltando il nuovo che arriva e considerando i giovani e i meno giovani allo stesso modo, valutandoli per ciò che possono dare e non per la loro età anagrafica, reinvestendo nelle proprie aziende parte dei danari accumulati in anni di fatica, considerando che la continuità aziendale non passa necessariamente attraverso i propri parenti più o meno prossimi, comprendendo infine che un'impresa è un bene comune a tutti coloro che la sostengono e che soltanto il profitto è la verà ragione d'essere di ogni investimento.
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